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Il fascino poco discreto dell’infallibilità

Questo è il primo articolo di questo blog. Non ho ancora capito se sia un blog quello di cui ho veramente bisogno, ma voglia di scrivere “celo”, voglia di to share “celo”, voglia di esplorare “celo”, quindi…

Il filo logico di questo blog è l’unica cosa che davvero manca, forse nascerà col tempo ma per adesso proprio è latitante. Comincio dal secondo capitolo, quello che segue le dichiarazioni di intenti, i fini nobili, la descrizione delle modalità d’uso e dei contenuti. I più acuti avranno notato un pretenziosissimo richiamo alla rubrica (poi raccolta edita) di Umberto Eco le bustine di minerva. Prendo subito le distanze dal professore (per evitargli un reflusso gastrico) dicendo che l’ispirazione mi viene dal modo, o meglio sarebbe dire dal movente. Eco comincia a scrivere una rubrica nel ’85 e si rifà alle bustine di minerva.

… senza riferimenti alla dea della sapienza, bensì ai fiammiferi. Quando capita che la bustina abbia il lembo interno vergine di pubblicità, gli uomini pensosi usano appuntarvi idee vaganti…

– Umberto Eco

D’altro canto poi le bustine sono (casomai erano) piene di fiammiferi, che si sa, sono un ottima allegoria della fregatura, “i fiammiferi si fanno fregare da tutti”. Da questo spunto Uno a Caso un giorno mi ha detto:

… non sento dire da troppo tempo da nessuno, me compreso:

“mi hanno fregato, ci sono cascato come una cretino”

— Uno a Caso.

Ho creduto che poteva essere un buon tema per cominciare. E’ vero, ho pensato, non esiste più la categoria dei “fregati”. Di quelli che si sono fidati e poi gli è andata male, quelli che erano convinti di qualcosa e poi sono stati smentiti dai fatti, quelli che hanno fortemente sostenuto una tesi e poi si sono accorti che non era la tesi giusta.

Pare proprio che dall’era dei minerva si sia passati all’era dell’infallibilità. A dire il vero non ho ancora capito se sia stata raggiunta da me ed i miei simili una sorta di infallibilità di pensiero o se sia soltanto successo che di quella infallibilità ci si sia innamorati tutti quanti.

Il fascino poco discreto dell’infallibilità. Non voglio essere frainteso, esisterà questa dea pagana, se tutti la nominano e ne vantano relazioni amorose, ma si ammetta almeno che i conti non tornano. Che qualcuno abbia ceduto così tanto al suo fascino che abbia raccontato di averla posseduta prima di averla effettivamente concubita?

Gli articoli che seguiranno saranno intrisi di questa domanda, alla quale mi rifiuto di dare risposta. In fondo ammettere di essere stati fregati è difficile, soprattutto in pubblico, basterebbe solo cominciare ad averne il dubbio.

Integrati e Creativi

Nel suo Apocalittici e Integrati il prof. Eco si dilettava a dividere tutti coloro che osservano spettatori l’avvento della new-era in due fazioni: quella degli Apocalittici, che non ci vedono niente di buono (anzi), giustapposta a quella degli Integrati, ovvero quelli che “perché no”.

Lascio la scoperta dell’illuminante lettura di suddetto saggio a chi non ne avesse già goduto e mi limito a provare a fare un simile trastullo dinanzi alla nostra new-new-era che probabilmente passerà alla storia come era-Covid-19.

Coinvolgo nel diletto il mio solito compagno di braverie Uno a Caso, che mi convince innanzitutto che almeno una delle due categorie del prof. vada di fatto mantenuta, anche se in chiave del tutto diversa.

Esisteranno sempre gli integrati. Finché ci saranno procedure stringenti, ci saranno quelli che a quelle stesse procedure affidano in ogni modo le loro incertezze e anche le loro incapacità.

Bello spunto. Integrarsi nei processi farraginosi e fastidiosi per evitare di dover prendere decisioni proattive. Per prendere tempo. Una sorta di fede accidiosa alle vecchie norme che per quanto obsolete siano, sempre norme (entro le quali rintanarsi) rimangono. Integrati per convenienza dunque! Ma aggiungo alla tesi del mio caro amico, che tra gli integrati vanno poi considerati anche quelli che tali altre procedure seguono per scienza e non solo perché non saprebbero cos’altro fare. Per scovare la differenza tra i due tipi di Integrati basta ascoltarli per pochi secondi. Sarà sufficiente una loro espressione riguardo a come andrebbe affrontata la situazione attuale, per capire se nel loro impianto teorico i protocolli normativi fungano da alibi o da supporto. Si è detto più volte che la Scienza è tornata ad antichi fasti grazie al virus e così anche gli scienziati, e di fatto agli scienziati non si può chiedere nulla di più variopinto di una procedura scientifica, quindi lenta, quindi distaccata, quindi strutturata, insomma integrata.

Ma chi sta a questo punto del guado sull’altro fronte della medesima medaglia?

I creativi è ovvio! Quelli che non conoscono o ignorano le procedure e fanno un po’ come gli viene.

Uno a Caso mi spiega che il modo complementare a quello degli Integrati, di reagire alle nuove spinte, non può altro che essere un modo creativo. Va detto che troppo spesso ci si dimentica che quasi mai gli aggettivi hanno solo un verso. Intendo dire, per chiarezza, che ai giorni nostri si da per scontato che qualunque cosa sia creativa, sia anche allo stesso tempo apprezzabile, degna di nota. Mi preme a questo punto sottolineare invece che anche nella compagine dei Creativi ci si potrà imbattere in cattivi incontri. Basti pensare che qualche legislatura fa, venne coniato il termine finanza creativa. Con quel “creativa” non si voleva di certo parlare di qualcosa che avrebbe giovato alle casse pubbliche, ad esempio. Si intendeva invece etichettare tutte quelle usanze che permettevano a taluni di celare qua e là i propri guadagni al fisco, con il fine di contribuire in modo (forse) creativo e (sicuramente) ridotto al pagamento delle imposte dovute. Con buona pace peraltro di tutti i contribuenti ai quali non era manco permesso avventurarsi in tentativi simili. I creativi nei quali riporre le speranze, di contro, saranno ovviamente quelli abituati a non seguire percorsi precostituiti, ma ricombinando in maniera randomizzata le nuove informazioni, arriveranno improvvisamente ad un eureka risolutivo.

Al termine di questa ludica disamina, come ogni volta, non interesserà a nessuno (tanto meno a noi) decidere chi sia da salvare e chi da condannare. Sarà se mai interessante vedere quale dei due approcci (o magari una combinazione di entrambi) porterà alla soluzione definitiva.

Attenzione: microfono disattivato

In questi giorni epidemici si sta diffondendo sempre di più l’usanza di riunirsi, trovarsi e discutere in conference call. Più ampio è lo schermo dell’apparecchio elettronico utilizzato e più ampie sono le cornici che ritraggono i volti degli invitati alla suddetta conference. Inevitabilmente, complice lo scarso utilizzo del mezzo in condizioni non pandemiche, l’uso ricorsivo alla soluzione della conferenza elettronica a distanza ha portato con se anche qualche ricorsiva storpiatura e goffaggine.

Spiegavo sardonicamente al mio amico Uno a Caso appunto, che se non lo conoscessi perfettamente e dovessi credere soltanto allo schermo del mio PC, sarei costretto a dire che il suo volto è patologicamente oblungo e la sua fronte inutilmente enorme. Lui dal canto suo mi ribatteva che trovava incredibilmente ridicoli gli imbarazzi generati dalla difficoltà del gestire il turn-taking dialogico, accentuato dalle espressioni ebeti di chi non ha capito a quale componente del gruppo fosse rivolta la domanda.

Continuando ad elencare tutte le pillacchere delle nuove modalità di comunicazione, abbiamo entrambi convenuto che ce ne fosse una in cima a tutte le altre. Il microfono disattivato!

Abbiamo immaginato di assistere ad un simposio telematico, nel quale ad un dato momento venga concessa la parola ad uno degli ospiti che comincia dunque ad esporre. Dopo le prime battute seraficamente ben dette, lo stesso ospite comincia a scaldarsi, ripensando magari alle nefandezze sentite sullo stesso argomento poco prima da un suo contendente. L’ardore finisce per infettare anche i suoi modi, il pallore del volto improvvisamente cambia in paonazzo, i gesti da pacati diventano inconsulti e scattosi. Dalla stizza si passa al dispetto più totale, il parlante si alza dalla sedia, uscendo in parte dall’inquadratura per poi tornarci a momenti alterni, la vena che scorre sul lato del collo sta per esplodere e niente, ormai la collera lo ha del tutto vinto mentre sta snocciolando le ultime pillole delle sue argomentazioni. Fino a quando la neocorteccia torna a prevalere sulla paleo, i respiri si gonfiano riportando ossigeno nelle giuste parti del corpo. Torna la tranquillità, ritorna la postura istituzionale e di nuovo il pallore iniziale del volto.

Immaginiamo adesso però che tutto questo sia accaduto a microfono disattivato!

Dicono che la comunicazione sia per la maggior parte non-verbale ma in questo caso la comicità dell’inconveniente distrarrebbe drasticamente il pubblico tanto da far svanire la severità del messaggio (non microfonato).

Abbiamo entrambi concluso che non servono per forza parole. Esistono infiniti esempi di personaggi celebri che con poche parole, o addirittura senza un detto hanno trasmesso messaggi indelebili. Pare addirittura che Giotto abbia convinto delle proprie eccelse doti Papa Bonifacio VIII, disegnando solamente un cerchio; perfetto! A fronte di tutto ciò invece, i tempi che corrono, ci stanno mostrando una pletora di parlatori che si agitano e sbraitano; a microfono spento! Non facendoci arrivare assolutamente nessun suono e chissà quale messaggio.

Sigarette (quasi) non fumate

Non posso definirmi un fumatore. Non fumo una sigaretta da molto tempo e anche quando mi è capitato di farlo, non ho mai rincorso il piacere puro del fumare ma piuttosto la cornice del fumare. Intendo dire che ho fumato per sembrare più grande, per piacere a qualcuno, per contravvenire a qualcosa e il più delle volte per assomigliare ad Humphrey Bogart in Casablanca. Insomma, prima ancora di definirlo un vezzo, un difetto o un tic nervoso, sono sicuro di non potermene fregiare. La stessa cosa non si può certo dire del mio amico Uno a Caso, il quale invece fa delle sigarette una caratteristica immancabile della sua bocca o delle sue dita.

Affrontavo con lui un giorno la questione, del fumare appunto, mentre neanche a dirlo si accendeva una sigaretta. Non gli nascondevo che nonostante io consideri la puzza di fumo una punizione nauseabonda, quasi al pari dei rischi che si corrono ad aspirarla, la cosa che mi straniva più di tutte le altre era, per così dire, l’incompiutezza dell’atto di alcuni fumatori.

Mi riferisco al fatto che dopo aver speso poco più di un’ora a parlare con Uno a Caso, se osservo il posacenere sul nostro tavolo noto che i mozziconi di sigaretta spenti (più o meno bene) sono tutt’altro che mozziconi. Sigarette quasi del tutto intonse, accese per pochissimo e poi spente, accartocciate e ritorte su loro stesse nella cenere.

Sono solo le prime due boccate che mi danno soddisfazione. Ti dirò di più, di venti sigarette fumate in un giorno me ne godo davvero forse solo tre. E di quelle tre mi godo solo le prime due boccate. Ma mica me le paghi tu giusto?

Mi rendo conto di avere pochi argomenti a riguardo, non so e non ho mai saputo cosa significasse davvero fumare, quindi non posso capire. Dico solo che deve essere un po’ avvilente per una sigaretta essere fumata solo per una piccola parte e poi essere lasciata lì, a sfumare. Credo che da qualunque prospettiva la si guardi, una sigaretta abbia sempre uno scopo e qualunque esso sia bisognerebbe dare la possibilità ad ogni sigaretta di perseguirlo fino in fondo.

Come può convivere in un fumatore vero questo dilemma io proprio non riesco a capirlo.

Deve essere frustrante accorgersi conoscitori o anche solo definirsi esperti, adepti o abbonati ad una pratica e poi in ultima analisi rendersi conto che di quella pratica si fanno a malapena solo le prime due boccate. E tutto il resto rimane nel posacenere, inesplorato o peggio a sfumare lentamente. Non voglio entrare nel merito di se e quanto fumare faccia male, non mi interessa. Dico solo che mi sembra terribile trovare un valido motivo per fumare una sigaretta e non trovarne uno altrettanto valido per fumarla fino in fondo.

Continuo a guardare Casablanca, fino alla fine, e Rick Blaine (Humphrey Bogart) continua a sembrarmi magnifico, soprattutto quando fuma, fino alla fine, ogni sigaretta del film.

Il potere dei titoli di coda

C’è qualcosa di magico nei titoli di coda: riescono là dove un intero film non è riuscito. A svegliarmi!

È successo ancora una volta. Non ho capito bene a che punto mi sono perso, non so neanche se è stata una cosa repentina o graduale. Ho ricordi confusi nella mente e sono anche confuso sul fatto che quelli che ho in mente siano ricordi o piuttosto ritagli di sogni. So che ancora una volta il sonno ha vinto; mi sono addormentato davanti alla TV.

Mi consola sapere che non sono l’unico a cui capitano cose simili, anche Uno a Caso infatti mi racconta che inciampa spesso nello stesso inconveniente e come lui tanti dei suoi conoscenti fanno lo stesso. Luce, sfumature, poi buio. Discutere con Uno a Caso porta anche un argomento banale come un abbiocco a diventare tema da saggistica e di analisi con finissimo spirito galileiano da bar. Ci inoltriamo dunque nel discorso e scopriamo che ad accomunarci è anche il momento preciso nel quale l’abbiocco termina.

Può trattarsi di qualunque tipo di film o programma, non dipende dalla durata, dal tema, dal messaggio, so solo che mi addormento davanti alla TV e quasi sempre torno alla luce solo quando iniziano i titoli di coda.

Curioso. In effetti sembra che ai titoli di coda sia riservato un potere particolare, quello di interrompere istantaneamente la fase onirica da poltrona. Quasi a volerci beffardamente far notare che ci siamo puntualmente e precisamente fatti sfuggire l’intero film che avevamo deciso di guardare (ad esclusione dei titoli di coda ovviamente). Vista in quest’ottica sembra che i titoli finali abbiano un ruolo più pragmatico e ineludibile di quanto non ne abbiano la stessa trama e svolgimento.

Detto ciò, ci è parso opportuno fare almeno un paio di considerazioni sui diffusissimi risvegli da titoli di coda. Innanzitutto una buona parte di dolenzia è legata al fatto che se di risvegli si parla, significa che ci si è perso qualcosa, magari un film di poco conto, che non ci sarebbe comunque piaciuto, ma ce lo siamo perso. La seconda considerazione riguarda però la aleatoria qualità dell’abbiocco, ovvero che non sempre si convenga nel definirlo un buco privo di contenuti. Anzi, sembra che sovente il solo fatto di riaprire gli occhi sui titoli finali di un film basti a convincersi di aver goduto dell’intera proiezione. Il mio interlocutore mi fa notare a tale proposito che esiste una certa sproporzione tra abbioccati e dibattenti! Per spiegarsi meglio, mi ha fatto fingere che ogni abbiocco anziché sulla poltrona di casa avvenga in un enorme cinema di rassegna degli anni ‘70&’80 quando si usava fare il dibattito dopo la proiezione. Ovvero aprire uno spazio critico di discussione sulla pellicola appena visionata. (Pratica terribile, paragonabile a spigare una barzelletta dopo averla raccontata)

Non tornano i conti. Se quasi tutti ammettono di abbioccarsi, come mai così tanti hanno (o millantano) argomenti da dibattere?

Va detto in effetti che: o gli abbioccati sono meno di quanto i sondaggi raccontano, oppure per molti spettatori il fatto di non avere visto il film non sembra essere un buon motivo per non commentare il film stesso. È altresì bizzarro che spesso la parte che più ci colpisce di un lungometraggio siano i titoli finali. Rimane una certa sensazione di rivalsa degli ultimi che risiede nella possibilità di attribuire la stessa (se non maggiore) nobiltà di funzione anche ai titoli di coda di un film e non solo alla recitazione da Oscar del protagonista. Persiste però il rammarico che dormire durante il film non sembri quasi mai essere una buona ragione per limitarsi ad ascoltare gli altri e non partecipare attivamente al dibattito.

Attenti al controllore!

sulle regole: parte seconda

Un precetto giornalistico di antica data vuole che ogni volta che ci si occupa in senso critico di un qualunque avvenimento, ci si debba porre una serie di domande. Nella fattispecie, secondo quel precetto, le domande sono cinque e iniziano tutte per W (Who? What? When? Where? Why? con rigoroso accento anglosassone). Pare addirittura secondo alcuni che bastino solo queste cinque precise domande per poter raccontare o comprendere in modo esauriente ogni cosa. Da qui si estende oltre al campo giornalistico e diventa norma comune appunto. Non so di preciso da quando, ma questa buona norma esiste da molto tempo e rimane tuttora valida, se si vuole evitare il rischio di fare indagini poco accurate. A tale proposito mi punge la curiosità riguardo al motivo per cui ad Uno a Caso, così come a me e a molti altri, questa consolidata impalcatura delle 5Ws non debba sembrare sempre adeguata. Anzi, quantomai incompleta! Noto infatti sovente, che discutendo col mio interlocurtore preferito di una nuova regola (ancor meglio se regola poco gradita), compare spesso almeno una sesta domada, che va ad arricchire il bisogno di indagine.

…e il controllore?

Ecco appunto la sesta W! Che diventa forse la più importante di tutte. Infatti si noterà che ogni volta che nello spirito investigativo compare questa sesta interrogativa, essa diventa in assoluto il perno di tutto quello che segue e precede nel ragionamento. Così per fare un esempio. Uno dei più semplici tipi reali di contratto regolamentato tra due parti è il titolo di viaggio, quello che una volta si chiamava più semplicemente biglietto (del treno, bus, tram, shuttle…). Ammettiamo abbastanza assurdamente di trovarci in un momento in cui questo tipo di contratto sia favorevolmente accettato dalle parti contraenti, ovvero più o meno tutti aderiscano ai termini di tale contratto senza preoccupazioni, lamentele o querimonie. Ammettiamo poi (un po’ meno assurdamente) che venga emanata una nuova regola in questo contratto, magari per dirla come sopra, una nuova regola poco gradita ad una delle parti, vale a dire un aumento del prezzo del biglietto. Ecco, credo che questo potrebbe essere un terreno fertilissimo per la fioritura della sesta W. Epurando il discorso da invettive nei confronti delle autorità, io ed il mio caro Uno a Caso, prima ancora di indagare sul chi abbia emanato tale regola, sul come, sul motivo, prima di definirne una ratio stilizzata, arriveremo presto a chiederci

sai per caso se a bordo c’è il controllore?

È ovvio concludere che, una volta sicuri di non incappare in un controllo, saremo disposti a goderci il viaggio senza rispettare le regole, senza pagare il biglietto. Probabilmente passeremo le prime tratte del viaggio a collezionare argomenti a favore della nostra trasgressione, malcelando il timore di doverli esporre al controllore che potrebbe comparire all’improvviso.

Come chiosavo nella parte prima riguardo le regole nel precedente articolo, non mi venga mai in mente, e non venga a nessuno, la voglia di puntare indici di sentenza. Si è tanto liberi di rispettare le regole, quanto di non rispettarle, tanto di promulgarle, quanto di pagarne le sanzioni, tanto di migliorarle quanto di produrre trattati di esegesi e interpretazione su di esse. Ma su quest’ultimo aspetto si curi almeno il metodo. Ci si accorga che nel chiedersi se sia giusto pagare il biglietto (per quanto caro sia il prezzo), si arriverrebe a risposte diverse a seconda che la domanda perno dell’indagine sia: perchè costa così tanto? oppure sai per caso se a bordo c’è il controllore?

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